Siamo più o meno a Natale. Sarà forse un pochino inconsueto, quest’anno, dato che la vita ha disordinato un po’ le mie carte, ma, tutto sommato, non voglio lamentarmi.
Magari gli estimatori di questi giorni sono in diminuzione, ma io non posso fare a meno di sentirmi felice per l’atmosfera festaiola, contento di rivedere gli amici, e con gli occhi un po’ assorti nell’immaginare il prossimo futuro. Se la mia sia un’ingenuità non so dirlo ma, in fin dei conti, mi sembra una di quelle buone, da serbare con me.
Questo è stato un anno di cambiamenti, anche molto sofferti, li porto dentro e non apro bocca. Ora speriam solo d’essere pronti ad abbrancare le buone nuove ed affrontare con coraggio quelle cattive, se Dio vorrà di stornarle anzitempo.
Auguri a tutti.
La vita umana è profondamente scandita dalle abitudini, nel senso più ampio in cui si può intendere questa parola: la famiglia, lo studio o il lavoro, gli amici, il compagno, ad esempio, sono tutti perni attorno a cui esse ruotano e si consolidano. Gran parte del nostro benessere, dal mio punto di vista, dipende dagli equilibri che si sviluppano attorno ad esse (ossia: come, in che modo, con quali parametri di importanza le gestiamo, separatamente e nell’insieme).
Il 2000, ad esempio, è stato un anno di svolta nella mia vita, un po’ come immaginavo accadesse da bambino, anche se in modo molto più problematico: il passaggio agli studi universitari, la maggiore età, la presa di coscienza della mia omosessualità, il subitaneo stravolgimento di ogni routine, qui comprese le relazioni interpersonali e le amicizie, ed ancora tanto altro.
Ora che siamo nel 2007 avverto chiari ed inequivocabili i segni di un’altra trasformazione che sta accadendo nella mia vita, sotto ogni profilo, e solo il futuro potrà lasciare intendere quando i nuovi equilibri si saranno assestati e con quali esiti.
Al momento so solo che non devo abbassare la guardia perché è in periodi come questi che si gettano le basi: e voglio che siano ben solide, questa volta, senza perciò che m’invasi la fregola di affrettare alcunché.
Quando la realtà si trasforma sotto i nostri occhi siamo disorientati perché gli equilibri, a cui accennavo in apertura di post, perdono la loro capacità di orientare la nostra quotidianità e quindi non sappiano bene a cosa votarci.
Ma stavolta, a differenza di sette anni fa, alle soglie dei miei venticinque anni, interpreterò tutto ciò in prospettiva, pensando di essere in un periodo di assestamento che giocoforza condurrà a nuovi baricentri. Che arriveranno, eccome se arriveranno.
La notizia è di pochi giorni fa ed in Italia è stata battuta dalla Reuters:
Un cinese è morto dopo aver giocato per tre giorni di seguito ad alcuni videogiochi online. Lo hanno riferito oggi i media di Stato cinesi.
L’uomo, un trentenne della cittadina meridionale di Guangzhou, è morto sabato dopo essere stato trasportato d’urgenza in ospedale dall’Internet cafè nel quale stava giocando, ha detto il Beijing News citando le autorità locali.
Il governo cinese ha vietato l’apertura di nuovi cybercafe nel Paese per combattere la diffusione della pornografia, e quest’anno ha emanato alcune direttive che limitano il tempo di permanenza sulla Rete da parte degli utenti.
Lo scorso aprile, il presidente Hu Jintao ha lanciato una campagna per eliminare i contenuti “malsani” presenti su Internet e per utilizzare il Web come strumento di propaganda del partito comunista al potere.
Eppure qualcosa non mi quadra:
Fatte queste premesse, è senz’altro molto utile che vi siano morti del genere, ed avanzo qualche dubbio che le cose siano andate proprio così: la follia non conosce limiti ma mi riesce difficile immaginare, così come descritta, la dinamica dei fatti.
Fortuna che siamo italiani? Per questo vi rimando ad un intervento di Patroclo, posto che abbiate la pazienza di leggerlo tutto; di certo, almeno per noi l’accesso alla Grande Rete non è bloccato, però dobbiamo imparare a documentarci in prima persona su ciò che ci interessa, vincendo la pigrizia. Sennò restiamo una piccola Cina anche noi.
Sabato scorso sono ritornato in discogay, dopo anni che ci mancavo: ero molto agitato per la serata in quanto ci sarebbe stato anche il mio ex ( non lo rivedevo da quando era finita tra noi ed in più ci eravamo recentemente scontrati via chat) e, come ciliegina sulla torta, sapevo che avrebbe ballato nello stesso locale un nuovo ragazzo che lui stava frequentando.
Direi concomitavano un buon numero di fattori perché restassi a casa, ma non ho voluto rinunciarvi: alla fine si è rivelata una serata tranquilla e, anche se io e lui ci siamo sostanzialmente ignorati, il giorno dopo è partita da lui una bella discussione su IRC con la quale abbiamo appianato i nostri rancori - cosa che quantomeno mi rasserena molto (il passato non ritornerà ma non voglio pensare di avere davvero buttato nel cesso questi anni ed il discorso avuto mi ha fatto capire che non l’ho fatto; è vero anche che rivederlo mi ha messo addosso molta malinconia di quei tempi, desiderio di lui, tristezza che sia finita, pensieri illusori sconnessi e via dicendo…. ma siamo esseri umani, dopotutto: mi basterà stare alla larga da ciò che era Noi).
Da ricordare che:
Riposa in pace, Grégory.
Les enfants qui s’aiment s’embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent les désignent du doigt
Mais les enfants qui s’aiment
Ne sont là pour personne
Et c’est seulement leur ombre
Qui tremble dans la nuit
Excitant la rage des passants
Leur rage, leur mépris, leurs rires et leur envie
Les enfants qui s’aiment ne sont là pour personne
Ils sont ailleurs bien plus loin que la nuit
Bien plus haut que le jour
Dans l’éblouissante clarté de leur premier amour
——
I ragazzi che si amano si baciano in piedi,
contro le porte della notte.
E i passanti che passano li indicano col dito.
Ma i ragazzi che si amano
non esistono per nessuno
ed è soltanto la loro ombra
tremante nella notte
a risvegliare la rabbia dei passanti.
La rabbia, il disprezzo, le risate e l’invidia.
I ragazzi che si amano non esistono per nessuno.
Essi sono altrove, molto più lontano della notte
e più in alto del giorno
nell’abbacinante chiarore del loro primo amore.
(mia traduzione)
È già settembre e in questa freneticissima estate son riuscito perfino ad infilarci un giorno e mezzo di vacanza al mare con gli amici in quel di Palinuro, con pernottamento in roulotte. Incredibile.
A proposito di ciò che sento dentro in questi giorni, le parole mi escono con il contagocce se volessi descriverlo, ma le emozioni sono tante, infinite, irrespingibili: forse dovrei lasciar perdere.
Proverò solo a scrivere che:
E così, da un giorno all’altro, per motivi di salute in famiglia di cui ai precedenti post, mi sono ritrovato a decidere di partire per Milano: l’idea è nata nella tarda mattinata di Giovedì, e Venerdì alle 9 ero già in aereo.![]()
Ci sarebbe tanto da dire, ma mi perdonerete e capirete se vi dico che fa caldo per scrivere a lungo con profitto: ma, per farvela breve, era la prima volta che vedevo la capitale del Nord e ne ho ricavato una prima impressione tutto sommato positiva.
Milano è malinconica, o almeno così mi è apparsa, e questa malinconia spesso si tinge di dolcezza - ed allora è bellissimo - altre volte invece ne prevale la tristezza.
Arrivato in tarda mattinata a Linate, la navetta mi ha portato presso la stazione centrale, dove ho raggiunto Piola per recarmi in ospedale, ed il colloquio con gli specialisti mi ha lasciato soddisfatto.
Terminati i miei doverosi incarichi, ho giocato un po’ a fare il turista, con una passeggiata lungo Corso Vittorio Emanuele, (che bello!) nella piazza del Duomo, in galleria, e nelle zone limitrofe.
![]()
Un colpo di tram numero 3 mi ha permesso di raggiungere Bovisa, nella periferia nord della città, dove ho alloggiato all’hotel Valganna: niente di strepitoso, ma un buon servizio, complessivamente.
Avrei voluto partecipare alla movida nordica (e magari gaya - Shaka mi aveva consigliato il Lelephant) ma, ahimé, tutto chiuso ed io a pezzi: così sono crollato in un sonno intenso da cui mi sono liberato a fatica la mattina dopo.
Il giorno successivo sono andato a visitare Parco Sempione (zona tranquilla e riposante,
ma non straordinaria, almeno per chi ha visto i giardini inglesi) e Castello Sforzesco, poi mi son dato ad una lunga passeggiata (interrotta da qualche momento di riposo in metro) che mi ha condotto a Corso Dante e nei luoghi circostanti, alle Colonne di san Lorenzo e a Trezzano sul Naviglio, e, di ritorno, dalla stazione centrale fino a Loreto, passando per Corso Buenos Aires (mi è stato riferito che le mie gambe
mi hanno sostenuto per una quindicina di chilometri, dato il tragitto: be’, ora mi spiego la stanchezza, XD).
Ed il pomeriggio di nuovo in aeroporto per ritornare a Napoli.
In compenso, anche se non è stata proprio una vacanza e nemmeno un viaggio di piacere, sicuramente me lo sono moderatamente goduto: certo, sarei stato molto più tranquillo se non avessi dovuto portare sempre con me alcuni documenti medici insostituibili che avevo il terrore di perdere o danneggiare in qualche modo. Ma non ho fatto gaffes per fortuna.
Vi lascio con alcune considerazioni:
Se avete una sfilza di interrogativi di una qualche lunghezza da porre ad un operatore di un centralino (che oggi va molto di moda chiamare call center) dovete temere come morte le frasi va bene? e buongiorno.
Va bene? è una trappola infame che può condurvi in poco meno di due battute a trovarvi con la cornetta in mano e la comunicazione interrotta, pieni di dubbi che non si è riusciti a manifestare: infatti, se rispondete di sì, e dall’altra parte c’è tutta l’intenzione di sbarazzarsi di voi, magari perché state sollevando questioni spinose, il sillogisma sarà semplice: Va bene? Allora buona giornata! <clic>
Nel caso in cui non si riuscisse a spillare una risposta positiva, il trucco è semplice e la frase si presta per essere ripetuta ad libitum; che so, tipo: oggi è Giovedì, va bene? - lei è un uomo, va bene?
Scapperà un sì prima o poi.
Da ciò si deduce la prima regola: non rispondere mai né affermativamente né negativamente; se la faccenda è risolta, passare direttamente alla successiva, altrimenti chiedere ulteriori chiarimenti.
Ancora più capzioso ed infido è l’augurio di un buon proseguimento di giornata perché fa leva su regole di comportamento archetipiche inculcateci da bambini, e perciò ben radicate nel nostro subsconscio da quando ci dicevano il signore ti ha detto buonasera, vuoi rispondere?
Ovviamente, se rispondiamo, la telefonata sarà bell’e finita, e se ci scusiamo perché vogliamo continuare a parlare, al secondo buongiorno ci sentiremo a disagio a non ricambiare nemmeno la seconda volta e lasceremo perdere; da qui, la seconda regola: gli auguri di buona giornata non esistono, fate come se nn li aveste sentiti!
And I never thought I’d feel this way
And as far as I’m concerned… Continua a leggere »